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Psicologo dello Sport e Mental Coach: un rapido chiarimento

Quale differenza intercorre tra uno Psicologo dello Sport e un Mental Coach?
In questo post cercheremo di dare qualche breve risposta mettendo in relazione i contenuti fondamentali che caratterizzano le due discipline.

L’effetto “velcro” è quel particolare processo con cui la mente aggancia informazioni nuove a informazioni preesistenti, accomodandole nella nostra memoria. Per questo motivo quando incontriamo un nuovo termine come Coach, tendiamo ad associarlo a ciò che più nella nostra mente ce lo ricorda, come Allenatore, Mentore, Counselor, esperto in PNL, Psicologo, ecc.

Ovviamente in un post non è possibile sviscerare ogni anfratto di un discorso così vasto e complesso, un po’ di chiarezza e qualche punto chiave, però, possono almeno orientare il lettore nella giungla intricata delle similitudini e differenze tra l’ampio settore della Psicologia dello Sport e le molteplici caratteristiche del Coaching Sportivo.

E’ bene chiarire che la Psicologia dello Sport affonda le sue radici nelle Scienze dello Sport, nelle teorie del movimento e, soprattutto, nella “psicologia classica” orientata agli individui. E’, di fatti, una specializzazione della psicologia applicata. E’ considerata una corrente di pensiero dove confluiscono diverse dottrine (psicologia, medicina, psichiatria, sociologia, pedagogia, igiene mentale, ecc.) ed è pertanto un argomento multidisciplinare fondato su una preparazione specifica che si concentra e studia il comportamento degli individui, i loro processi mentali e la parte interiore di natura conscia e incoscia.

Il Mental Coaching, occorre chiarirlo subito, non opera in “ambiente clinico o psicologico”. Il Mental Coach non ha alcuna competenza per gestire situazioni di disagio e non ha strumenti diagnostici. Il Coach lavora con atleti e persone che desiderano massimizzare la qualità dei risultati sportivi, dei processi organizzativi e di controllo delle variabili nell’esercizio della sua attività. Del resto il Coaching è una relazione processuale fondata sull’allenamento e lo sviluppo delle potenzialità personali (quelle che il dott. M. Seligman chiama “forze del carattere”).
Lo Sport Coaching, quindi, rappresenta un sostegno speciale per la strutturazione ottimale della prestazione sportiva; esso migliora il comportamento di gara, valuta la condizione motivazionale dell’atleta e permette di migliorare il gesto sportivo finale. Il Mental Coach, ponendo costantemente un focus sul miglioramento delle performance, contribuisce enormemente a portare l’atleta ad esprimere il massimo potenziale.

Nello specifico un Coach è utile per:

  • Incrementare e rafforzare la motivazione abbassando l’Inner Game
  • Gestire e contenere lo stress
  • Costruire e definire obiettivi particolramente sfidanti
  • Incrementare la tenacia, la persistenza e la resilienza
  • Affinare la resistenza verso gli impegni
  • Aumentare la capacità di concentrazione
  • Preparare l’atleta alla gara
  • Potenziare e/o raggiungere lo stato di Flow
  • Allenare le potenzialità personali (che vengono allenate e utilizzate per migliorare la prestazione)
  • Accompagnare l’atleta nel post gara

Quindi… buone notizie!
Un’attenta valutazione sulla figura dello Psicologo e del Mental Coach permette di mettere l’accento su similitudini e differenze ma, soprattutto,  su quanto queste professionalità possono sinergicamente integrarsi ed essere complementari per un risultato d’eccellenza.

Partiamo dalle similitudini.
Quali sono i motivi che fanno scattare in noi l’effetto “velcro”? Cosa accomuna lo Psicologo dello Sport e il Mental Coach? Andiamo per punti:

  • Entrambi sfruttano l’enorme potere dell’interazione (ciò che accade all’interno della relazione) attraverso lo sviluppo di una partnership fondata sull’alleanza;
  • Sia nel percorso di Coaching Sportivo che nella Psicologia dello Sport è previsto un miglioramento di uno stato iniziale non soddisfacente e una maggiore conoscenza e consapevolezza di se stessi;
  • E’ auspicabile, logicamente,  che entrambi i percorsi garantiscano un miglioramento della qualità della vita nell’atleta;
  • Mental Coach e Psicologo dello Sport utilizzano strumenti caratteristici del settore sportivo ma con possibilità interpretative differenti a seconda della rispettiva formazione e dell’esperienza sul campo.

E le differenze?
E’ decisamente questo l’argomento più ostico e complesso da spiegare.

La formazione: Nel Coaching Sportivo, partendo da preparazioni ed esperienze di diversa natura, l’aspirante Coach frequenta una Scuola di Coaching, (da tenere sempre presente che la legge del 14 gennaio 2013 n. 4 permette -e non obbliga- i Coach Professionisti di essere iscritti ad Associazioni di Categoria). Le Scuole di Coaching, ovviamente di stampo privato non sono tutte uguali ed è altrettanto ovvio che le qualità del Coach dipendano principalmente dal percorso di studi scelto e intrapreso. In Italia, è il caso di dirlo, esistono ottime Scuole di Coaching.
Nella Psicologia dello Sport, invece, è prevista una laurea in psicologia e il perfezionamento in Psicologia dello Sport.

Il contesto lavorativo: mentre la Psicologia dello Sport si estende all’ambiente della Psicologia della Salute, (e quindi anche della patologia e del recupero clinico), il Coaching Sportivo si muove esclusivamente nell’ambito della motivazione, della concentrazione, degli obiettivi e in tutte le attività atte a migliorare il piano d’azione dell’atleta. Nella Psicologia dello Sport, l’obiettivo è “eliminare eventuali problemi”; l’attenzione è centrata sul percorso di consapevolezza. L’attività di un Coach, invece, si svolge solo ed esclusivamente dietro richiesta diretta, specifica e consapevole del Cliente, cui deve seguire un chiaro accordo professionale tra le parti su base contrattuale che chiarisca e specifichi la natura dell’intervento di Coaching (tanto per non incorrere in alcun fraintendimento). Nel Coaching l’atleta è costantemente concentrato sulle sue potenzialità, sul miglioramento e sul raggiungimento di obiettivi di maggior valore (senza mai entrare nel merito di deficit o problemi di tipo psicologico).

Ambito d’intervento: il Coaching Sportivo si regge esclusivamente su una “domanda di Coaching consapevole” tradotta in un vero e proprio contratto; verte sull’allenamento delle potenzialità personali; si basa su una chiara e specifica domanda di sostegno da parte dell’Atleta (che viene edotto preliminarmente circa le differenze con l’intervento psicologico). La Psicologia dello Sport utilizza strumenti di indagine psicodiagnostica indagando sull’esistenza di eventuali psicopatologie sport-specifiche (disturbi alimentari, uso di sostanze dopanti, ecc.).

Gli strumenti: ce ne sono molti di simili e alcuni molto specifici. Mental Coach e Psicologo dello Sport utilizzano entrambi il dialogo (domande esplorative potenti) come base della conoscenza dell’atleta, le tecniche di visualizzazione, il goal setting, la gestione delle emozioni, tecniche di rilassamento e l’allenamento dell’attenzione. Lo Psicologo dello Sport, molte volte, attribuisce alla valutazione iniziale un’impronta medico/scientifica per l’impostazione dell’intervento, il Mental Coach invece utilizza la “relazione processuale di Coaching” (un modello specifico di relazione insegnato e sviluppato dai padri fondatori del Coaching – come ad esempio Timothy Gallwey e John Whitmore) per migliorare la consapevolezza, la concentrazione, la resilienza, la possibilità di reclutare tutte le energie per svolgere il compito al meglio. A parità di utilizzo di strumenti è necessario che l’esperto in questione (sia esso Psicologo dello Sport o Mental Coach) abbia una buona conoscenza e familiarità con i rispettivi strumenti, al fine di poterli utilizzare in modo serio, consapevole e professionale.

Come psicologo, psicoterapeuta e Coach Professionista spero di aver chiarito le principali differenze tra i due approcci.

 

 

 


 

3 Commenti

  • federico castelnuovo ha detto:

    Ottima analisi. La terrò sempre ben presente ogni volta che dovrò accompagnare i miei interlocutori nel districarsi tra le discipline.

  • Graziano Frigeri ha detto:

    Interessante. Mi piacerebbe un chiarimento ulteriore sulla “applicabilità” del Mental Coach al team (squadra) piuttosto che all’individuo: dall’articolo si potrebbe supporre che il Mental Coach sia destinato quai esclusivamente a seguire singoli individui piuttosto che gruppi. Inoltre, anche per motivi professionali, sarebbe interessante sviluppare strategie e metodi per applicare i principi del “Mental Coaching” anche al di fuori dello stretto ambito sportivo: in particolare nell’ambito professionale e lavorativo, con particolare riferimento ai manager e team leader.

    • Emanuela Papa ha detto:

      Salve Graziano… benvenuto!
      In realtà le tecniche di Coaching possono essere applicate in moltissimi contesti. Le strategie metodologiche non prevedono la sola applicabilità all’individuo, ma anche al gruppo.

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